Il ju jitsu (o jujutsu) è un’antica arte marziale giapponese nata come sistema di combattimento corpo a corpo dei samurai. Le sue origini risalgono al Giappone feudale, tra il XV e il XVII secolo, quando i guerrieri necessitavano di tecniche efficaci per difendersi anche senza armi o dopo averle perse in battaglia.
Il termine ju jitsu significa “arte della cedevolezza”: ju indica la flessibilità e l’adattamento, mentre jitsu la tecnica. Il principio fondamentale è non opporre forza a forza, ma sfruttare lo slancio, l’equilibrio e l’energia dell’avversario per controllarlo o neutralizzarlo.
Il ju jitsu comprende un insieme molto ampio di tecniche: proiezioni, leve articolari, strangolamenti, immobilizzazioni, colpi ai punti vitali e difese contro armi come spada, bastone o coltello. Non nasce come disciplina sportiva, ma come metodo di sopravvivenza sul campo di battaglia.
Con la fine dell’epoca dei samurai e l’inizio del periodo moderno (XIX secolo), molte scuole tradizionali rischiarono di scomparire. Alcuni maestri adattarono il ju jitsu a contesti educativi e civili. Da questa evoluzione nacquero nuove arti marziali: il judo, fondato da Jigoro Kano nel 1882, l’aikido, creato da Morihei Ueshiba, e più tardi il Brazilian Jiu-Jitsu, sviluppato dalla famiglia Gracie in Brasile.
All’inizio del Novecento il ju jitsu si diffuse in Europa e nelle Americhe, venendo adottato anche da forze di polizia ed eserciti come sistema di autodifesa. In Italia arrivò soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale.
Oggi il ju jitsu è praticato sia nella forma tradizionale, più marziale, sia in quella sportiva, con regole e competizioni, mantenendo però i suoi valori di disciplina, rispetto e controllo.
Gianluca Giordani