Nel turbinio di una partita, carica di tensione e rumore, il timeout rappresenta un momento decisivo per ritrovare equilibrio e chiarezza su quello che sta succedendo in campo, un intervallo brevissimo, che spesso diventa ancor meno di quello che è. In questo frangente l’allenatore può cambiare l’inerzia della gara, correggere la rotta, motivare la squadra o semplicemente riportare lucidità.
Per un “minuto” efficace non si può improvvisare, la chiave è la comunicazione che deve essere chiara, essenziale e diretta. In quei pochi secondi non c’è spazio per discorsi lunghi o vaghi, ogni parola conta ogni secondo è fondamentale. L’allenatore deve arrivare con un messaggio preciso, concreto e centrato sull’obiettivo.
Il coach inizia spesso il timeout con la gestione emotiva, dove ristabilisce il contatto visivo e trasmette calma e presenza. Il tono di voce è fermo, il linguaggio del corpo mostra sicurezza e fermezza poiché attraverso questo riprende il controllo della situazione. Le indicazioni devono essere semplici e comprensibili, più il messaggio è specifico, più sarà efficace la comprensione per l’atleta.
Un esempio perfetto arriva dalle Finals NBA 2014, durante gara 3 tra San Antonio Spurs e Miami Heat, dove gli Spurs in vantaggio ma dopo un momento di calo, Gregg Popovich chiama timeout. Non prende la lavagna, ma guarda i suoi giocatori negli occhi e dice semplicemente: “Play the right way. Move the ball. Trust each other.” (Giocate nel modo giusto. Muovete la palla. Fidatevi l’uno dell’altro).
Poche parole, ma chiare e potenti. Dopo quel timeout, gli Spurs tornano in campo e aprono un parziale decisivo che li porterà a dominare la partita e vincere il campionato. Un esempio perfetto di leadership silenziosa ed efficace.
Perché a volte, in una partita combattuta, non è lo schema a fare la differenza bensì le parole che, dette nel momento giusto, possono cambiare tutto.
Tommaso Veneroso