Negli ultimi anni gli italiani hanno riscoperto l’investimento immobiliare all’estero come forma di diversificazione patrimoniale. Prezzi più accessibili, fiscalità favorevole e qualità della vita superiore hanno reso popolari mete come Spagna, Portogallo e Grecia. Tuttavia, ciò che era conveniente nel 2018 non lo è più nel 2025.
Mercati un tempo “golden” come Lisboa o Malaga mostrano segnali di saturazione: i prezzi sono saliti del 60-70% in dieci anni, la tassazione sugli affitti brevi è aumentata e gli incentivi ai residenti esteri vengono progressivamente ridotti.
La nuova frontiera si sposta verso Atene, la Grecia continentale e l’area balcanica. Croazia e Albania offrono ancora quotazioni basse, buoni rendimenti (5-6% netto) e una domanda turistica in espansione.
Chi punta sulla solidità istituzionale guarda oggi a Regno Unito, in particolare Manchester e Birmingham, dove il mercato è tornato a crescere dopo la Brexit, e a capitali emergenti come Varsavia e Budapest, sostenute da economia in espansione e ritorni locativi interessanti.
Meglio evitare mercati in fase calante o ad alto rischio politico: Dubai mostra segnali di eccesso speculativo, Turchia ed Egitto restano instabili, mentre Spagna e Portogallo hanno perso gran parte del vantaggio competitivo.
L’investimento immobiliare all’estero resta un’opportunità concreta, ma richiede analisi e prudenza. Non basta inseguire il sole o la fiscalità leggera: oggi vince chi sa leggere i fondamentali e costruire valore nel lungo periodo.
Nel 2025, la geografia del mattone italiano all’estero premia la competenza, non la moda.
Davide Draghetti