Definito esponente dell’espressionismo astratto e dell’arte informale, Mark Rothko emigrò dalla Lettonia con la famiglia nel 1910. Il riconoscimento del suo lavoro arrivò però solo a partire dagli anni Sessanta, quando Ludwig Mies van der Rohe gli commissionò una serie di grandi tele per il ristorante Four Seasons di New York.
Le sue opere si sviluppano su ampie superfici di tela, spesso in canapa, attraverso l’uso di pochi colori intensi. Rothko costruisce campi cromatici essenziali: luminosi rettangoli sospesi che sembrano emergere e vibrare oltre la superficie, come se il colore stesso si liberasse dalla materia.
Nell’aprile del 1964, i collezionisti e mecenati Dominique de Menil e John de Menil commissionarono all’artista un ciclo di dipinti destinati a una cappella cattolica: la Rothko Chapel. Per questo spazio Rothko realizzò quattordici tele monumentali, dominate da tonalità profonde di terra di Siena, neri, grigi e viola. Qui l’artista raggiunge una piena maturità espressiva, fondendo architettura, colore e spiritualità in un’unica esperienza immersiva.
Di fronte a questa sequenza di opere, il compositore americano Morton Feldman percepì “una continuità interrotta”. Nel 1972, a due anni dalla morte di Rothko, compose Rothko Chapel, un’opera in dialogo con quello spazio unico: una presenza sonora discreta e persistente, capace di abitare il silenzio proprio come i dipinti dell’artista.
Per chi desidera approfondire, questa composizione sarà eseguita nei prossimi mesi a Firenze, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, in occasione della mostra dedicata a Rothko a Palazzo Strozzi.
A partire dagli anni Duemila, Rothko è stato riconosciuto come uno degli artisti più influenti e anche più quotati del mercato internazionale dell’arte.
Costanza Barbiroli